Ne Il mago del Cremlino c’è un attore americano che interpreta un russo in un film tratto da uno scrittore italiano diretto da un francese; sembra l’inizio di una barzelletta e invece è il nuovo film di Olivier Assayas appena presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, tratto dal romanzo di Giuliano da Empoli.
Il film segue l’ascesa di Vladimir Putin, interpretato da Jude Law, attraverso gli
occhi del suo spin doctor Vadim Baranov, impersonato da Paul Dano, ispirato alla figura reale di Vladislav Surkov. La sceneggiatura è firmata dallo stesso Assayas insieme a Emmanuel Carrère, e intreccia realtà e finzione per raccontare la trasformazione della Russia post-sovietica, e per mostrare la manipolazione della realtà, l’uso della comunicazione e degli algoritmi per controllare l’immaginario collettivo e le emozioni, creando un’industria della narrazione politica. Il film esplora la perversa interdipendenza tra fronte interno ed esterno e il riemergere della retorica zarista, ponendo l’accento sull’ascesa e la manipolazione che hanno portato Putin al potere; non è solo il
cast di livello superlativo a stupire, ma tutta la sua costruzione sapiente nel mettere in scena ed esplorare gli oscuri meandri del potere, in cui tutti diventano pedine di una scacchiera più grande e in cui violenza, controllo e propaganda sono strumenti quotidiani di potere.
Funziona ogni aspetto in questo film, metafora attuale del brivido del totalitarismo che, una volta strutturato in ogni suo minimo dettaglio, finisce per cannibalizzare i suoi stessi creatori. Del resto si sa, in Russia nessuno è indispensabile, tranne “lo zar”. La riflessione diventa quasi metacinematografica quando il centro del discorso non è più solo la politica, ma il potere stesso come strumento dello spettacolo; l’esempio più eloquente è la sequenza in cui Putin si imbatte nella scaletta della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Soči del 2014, momento in cui la manipolazione
rientra in un evento storico.
Emblematico allo stesso modo è l’accostamento dei Daft Punk alla Russia: un incontro volutamente contrastante da utilizzare come strumento politico, dimostrando la capacità del potere di manipolare i sogni del popolo con le esigenze degli oligarchi. Tutto ciò per configurare l’estetica del kitsch, dove il significato lascia spazio allo strumento manipolatorio. “Il Mago del Cremlino non è un film sull’ascesa di un uomo, ma sulle cortine fumogene della politica di oggi: cinica, ingannevole e tossica”, ha dichiarato Assayas. Un’opera che, pur ambientata nella Russia degli anni ’90, rispecchia dinamiche riconoscibili in ogni democrazia moderna.


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